Ecclesia pauperum, placet juxta modum

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Dedica:

a Carlo Croci
Odoardo Quoiani
Marcello Leoni
e agli altri amici che, modesta mente e
generosamente, con un lavoro libero
costante e razionale, hanno promosso
un autentico sviluppo umano.

Come intendere correttamente l’espressione Ecclesia pauperum, comunemente adoperata dopo il Concilio Vaticano II per indicare un nuovo modello sociale di Chiesa? Don Ennio Innocenti ce ne fornisce un esempio chiaro, mostrando in questo lavoro un criterio valido per ben comprenderla e contestualizzarla alla luce della storia della Chiesa e della sua Tradizione.

Il testo, scritto nel 1965, mentre il Concilio è nella sua fase conclusiva, conta numerosi riferimenti alle testimonianze di quel tempo, a certi comportamenti allora concessi, a certe scelte di vita allora permesse dall’autorità ecclesiastica in spirito di vera ricerca, come l’esperimento dei preti operai, di cui il volume Cinque anni con gli operai, del Vescovo francese Alfred Ancel, racchiude una valida sintesi. Tuttavia, Don Ennio precisa subito i termini della questione: placet juxta modum. Chiesa dei poveri, sì, ma secondo ben precise condizioni. Il rischio è duplice: quello di confondere la Chiesa con una delle tante associazioni umanitarie, avente come fine il povero e la povertà in sé, o peggio, quello di pretendere da lei, Corpo Mistico di Cristo, un’intransigenza e una rigidità di vita che, sulla scorta di un moralismo astratto e deformante, la veda ridotta ad una povertà assoluta di mezzi e di risorse per meglio esprimere quella purezza che dovrebbe incarnare. Don Ennio sgombera il campo da entrambe queste derive:

« No, non mi commuovo per certi gesti sensazionali, per certi abiti sciatti, che sanno più di esibizione che di spirito evangelico. Per essere sincero fino in fondo confesserò che mi difendo a malapena dal risentimento contro quei personaggi che, in omaggio alla «Chiesa dei Poveri», vorrebbero spogliare la Chiesa di tutta la civiltà e parlano volentieri – senza accorgersi della consunzione del loro discorso – della fine dell’era costantiniana. […] la Chiesa prima di Costantino ( fin dal secondo secolo!) non era, forse, entrata in possesso di patrimoni che le rendevano possibile l’opera di misericordia nell’innominabile campo di miseria del mondo pagano? Anche quella dunque non era Chiesa dei poveri? Senza denaro, con che faremo, allora, gli ospedali, gli ospizi e le scuole? »

Quando si parla di povertà occorre avere bene in mente in che orizzonte considerarla: in una prospettiva puramente umana, essa è un male, una privazione, e pertanto nulla giustifica la sua idolatria, la sua venerazione, che fa dei poveri dei santi da adorare. Ridurre la povertà ad un ideale da raggiungere rappresenterebbe solamente una forma di moralismo distruttivo, perché irrealizzabile, irragionevole. La pretesa che la Chiesa sia povera rappresenterebbe, allora, una richiesta mascherata dalle apparenze di buoni propositi, ma nel profondo falsa, dettata più per amore della menzogna che per amore alla Sposa di Cristo, e che nasconde, in fondo, un disprezzo per il ruolo che essa è chiamata a svolgere nel mondo. Come scrive Don Ennio, e come la Chiesa da sempre ha insegnato, la verità, invece, è che la povertà acquista senso solo nella prospettiva soprannaturale del sacrificio personale in vista del Regno di Dio. La povertà è desiderabile solo nella misura in cui essa si fa strumento di diffusione della parola di Dio, riflesso di quella di grazia che solo Egli può elargire e mezzo di santificazione delle anime, favorendo le necessarie disposizioni all’annuncio del Vangelo e alla sua accettazione. Occorre ricordare, a questo punto, che il bene più prezioso, il bene più inestimabile di cui l’umanità in gran parte è priva è proprio Dio e la sua grazia. Il mondo, da questo punto di vista, vivrà sempre in uno stato di perenne povertà.

In questo testo Don Ennio coglie due aspetti essenziali della povertà: l’aspetto sociale, etico, e quello spirituale, quale virtù cristiana. Entrambi plausibili solo all’interno dell’unica cornice soprannaturale della santificazione. La povertà che in qualche modo emerge è quella che, vissuta consapevolmente, nella volontà di Dio, permette uno sviluppo, spirituale e materiale, in tutti gli uomini: la cui presenza non assilli e non mortifichi, ma edifichi e tempri l’animo, e la cui assenza non renda schiavi di una ricchezza che danneggia il prossimo, ma con il prossimo si faccia solidale. Da ciò si fa strada una corrispondenza tra povertà e lavoro. La povertà che è richiesta alla Chiesa non è una condizione di sottosviluppo e nullafacenza, perché l’unica fonte di tutte le ricchezze mondane è esattamente la capacità di lavorare produttivamente. È in questo senso che Don Ennio può scrivere:

« A chi, pertanto, reclama che la Chiesa, per essere dei poveri, deve prendere su di sé la povertà, va risposto che tale assunzione può avere solo il senso di prendersi la responsabilità di favorire la lotta contro la povertà (beninteso: le esigenze cli questa lotta possono portare il cristiano a dividere tutto il suo benessere), mentre non potrà mai avere il significato di chiedere al popolo di Dio di mettersi in una sterile e improduttiva condizione di sottosviluppo. Dirò di più: questa è la vera speranza dei poveri verso la Chiesa. I poveri non attendono affatto che la Chiesa (questa società che ha il distintivo della speranza) si faccia miserabile e senza prospettiva storica e mondana: essi chiedono, invece, di poter ricevere dalla Chiesa l’appoggio per unirsi in uno sforzo collettivo teso a fare del lavoro lo strumento essenziale nell’adempimento della vocazione umana e cristiana. »

La Chiesa dei poveri, in sintesi, non è né una Chiesa povera, materialmente parlando, che in nulla potrebbe giovare ai suoi amati figli, né una Chiesa di poveri, nel senso sopra indicato, ossia del povero idealizzato o che fa della povertà un vessillo ideologico. La Chiesa dei poveri è la Chiesa di Cristo che si incarna ogni giorno nella vita reale e, fuggendo sterili ideali, sceglie di vivere affianco all’uomo e alle sue difficoltà e alle sue sofferenze; è la Chiesa che non disdegna la ricchezza perché non ne è schiava, e sa affrontare la realtà drammatica della povertà con il sostegno di chi ha donato i suoi beni non perché costretto, non per un vago imperativo morale, ma perché nella carità verso il fratello ha riconosciuto la grandezza del monito evangelico, che ci fa vedere Dio nel prossimo; è la Chiesa che vede nella sapiente utilizzazione dei beni che la Provvidenza mette a disposizione dell’uomo la possibilità della reale comunione fraterna in Cristo; è la Chiesa che si carica delle miserie morali delle sue pecorelle e dona, in cambio, la ricchezza inesauribile delle grazie di Dio. La Ecclesia pauperum è la Chiesa che, nell’orizzonte soprannaturale, fa della povertà un bene prezioso, non fine a sé stesso, ma solo in quanto strumento per guadagnare il Regno di Dio, e nella prospettiva di un completo sviluppo dell’uomo e della sua salvezza eterna.

Note dell’editore

Come già specificato nell’introduzione, il testo che qui presentiamo fu composto da Don Ennio verso la fine del 1965 e risente del clima di speranza e attesa da lui vissuto in quegli anni di forti cambiamenti, come del resto da molti fedeli, nonché dei fermenti che agitavano l’intera cristianità. Col tempo però, Don Ennio si discostò, e non poco, da molti degli autori che inizialmente aveva preso a riferimento, e che sono citati nei suoi scritti giovanili – in particolare Teilhard de Chardin e Karl Rahner, contro cui, negli anni avvenire, non risparmiò aspre e motivate critiche. Anche in questo lavoro non mancano i riferimenti a tali autori e alle loro idee. Da un lato, Don Ennio, come ebbe modo di chiarire, proprio sull’onda dell’entusiasmo conciliare, non aveva ben compreso le radici gnostiche di questi personaggi. Dall’altro, il vero volto e le occulte finalità di questi teologi emersero solo dopo la conclusione del Concilio, mostrando tutta la loro carica distruttiva. Per concludere: alcune citazioni sono state soppresse, due per la precisione, senza che il senso complessivo del capitolo e del lavoro fosse compromesso. Oltre ciò, lo ribadiamo, è nostro dovere suggerire al lettore di considerare queste righe tenendo presente il tempo storico in cui furono scritte: l’idea di fondo dell’opera, la sua intuizione, resta giusta e valida, tuttavia alcune affermazioni dipendono più dall’entusiasmo di un animo desideroso di dimostrare ad ogni costo la sua tesi, che da una solida base dottrinale. L’incertezza che inizialmente ci aveva pervaso, di rendere ai lettori il testo integro, è stata vinta dalla riflessione sulla finalità del suo apostolato: la conversione e la salvezza delle anime. Messi di fronte alla scelta tra l’aderenza al testo originale e l’aderenza alla Verità trasmessa infallibilmente dalla Chiesa, tramite i suoi ministri, ogni dubbio si è sciolto: l’opera di Don Ennio sarà viva solo nella misura in cui susciterà conversioni, e queste sono tali solo se vissute nel solco tracciato dal Magistero della Chiesa, e non dipendenti dalle opinioni di qualche sedicente teologo. Extra Ecclesiam nulla salus, recita un vecchio adagio medievale. Questo era lo scopo principale dell’apostolato librario di Don Ennio, e a noi è sembrato giusto rispettare più questo fine alto e santo, proprio della vocazione sacerdotale, che le sue idee giovanili. Il lavoro di ristampa che ci siamo proposti qui non può ridursi ad una mera riproposizione museale di opere passate, esso consiste nella loro riattualizzazione in una forma viva, che sappia parlare e toccare i cuori delle nuove generazioni. Crediamo con ciò di aver reso un servizio alla Chiesa e, al contempo, alla memoria di Don Ennio che, alla Chiesa di Cristo, consacrò la sua vita

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