A proposito di psicoanalisi e di Santità: domande e risposte – Parte I


“Rivista di ascetica e mistica”, Anno III, n. 3, luglio-settembre 1978, pp. 297-305.

1. – Si può dire che la psicoanalisi e la fede cattolica siano chiaramente d’accordo per costruire insieme?

RISPOSTA:

È fondamentale per la psicoanalisi rivendicare il primato dell’inconscio; è fondamentale per la fede cattolica rivendicare il primato della libertà (di Dio Creatore e Redentore, dell’uomo peccatore e santo). Si tratta di rivendicazioni contraddittorie. Comunque il cattolico sa che ogni accordo “apostolico” di tal genere non potrebbe essere affermato senza l’avallo del supremo giudice dell’ortodossia cattolica, il Romano Pontefice. Nessun vero cattolico potrebbe coerentemente credere (o sperare fideisticamente) di trovare nella rivendicazione del primato dell’inconscio un aiuto per vivere la Fede ereditata dai Padri, contro la sentenza del Romano Pontefice.

2. – Quale fu l’atteggiamento della Santa Sede verso la psicoanalisi al tempo di Freud?

RISPOSTA:

I richiami di Pio XI sull’educazione della gioventù, sull’informazione sessuale, sul matrimonio e sulla cosiddetta emancipazione femminile sono in netta opposizione all’insegnamento contemporaneo della psicoanalisi. La Civiltà cattolica – rivista, a quel tempo, molto autorevole – dichiarò che la psicoanalisi presentava, come metodo terapeutico, errori psicologici e pericoli morali. Il principale consigliere della Santa Sede in questa materia, il P. A. Gemelli, dava queste direttive: “Un cattolico non può accettare le dottrine psicoanalitiche, non può sottomettersi al trattamento psicoanalitico, non deve affidare i propri congiunti malati al trattamento psicoanalitico”.

3. – È vero che Pio XII in un discorso del 13 sett. 1952 prese verso la psicoanalisi un atteggiamento più conciliante?

RISPOSTA:

No, non è vero. Nel testo di quel discorso (che, ad essere precisi, fu tenuto il 14 sett, del 1952) si leggono ammonimenti chiaramente ostili alla psicoanalisi:

“Per liberarsi da pulsioni, inibizioni, e complessi psichici, l’uomo non è libero di eccitare in se stesso, per scopi terapeutici, tutti e singoli quegli appetiti della sfera sessuale che s’agitano o si son agitati nel suo essere, e sommuovono i loro impuri flutti nel suo in cosciente o nel suo subcosciente. Non può farne l’oggetto delle sue rappresentazioni o dei suoi desideri pienamente consci, con tutte le scosse e le ripercussioni che sono conseguenza di un tal modo di procedere. Per l’uomo e per il cristiano esiste una legge d’integrità e di purità, di stima personale, la quale proibisce d’immergersi così completamente nel mondo delle rappresentazioni o delle tendenze sessuali. L’interesse medico e psicoterapeutico del paziente trova qui un limite morale.

Non è provato, anzi è inesatto, che il metodo pansessuale di una certa scuola di psicoanalisi sia parte integrante indispensabile di ogni psicoterapia seria e degna di tal nome; che l’aver trascurato nei tempi passati questo metodo abbia causato gravi danni psichici, errori nella dottrina e nella pratica dell’educazione, nella psicoterapia e anche e non meno nella pastorale; che sia urgente riempire questa lacuna e d’iniziare tutti coloro che si occupano di questioni psichiche, alle idee direttrici e perfino, se occorre, all’applicazione pratica di questa tecnica della sessualità. Parliamo così perché oggi tali affermazioni vengono troppo spesso presentate con sicurezza apodittica.

Sarebbe meglio accordare nel campo della vita istintiva maggiore attenzione alle cure indirette e all’azione dello psichismo cosciente sull’insieme dell’attività immaginativa e affettiva. Questa tecnica evita le deviazioni segnalate; essa tende a chiarire, guarire, dirigere; essa influisce anche sulla dinamica della sensualità, sulla quale si insiste tanto, e che dicono trovarsi o addirittura si trova nell’incosciente o nel sub cosciente”.

Il riferimento all’ipotesi del subcosciente induce a pensare che il Papa non avesse di mira solo il freudismo.

4. – È vero che Pio XII in un discorso del 13 aprile 1953 si mostrò più conciliante verso la psicoanalisi?

RISPOSTA:

Questa impressione deriva dal fatto che il Pontefice proferì quella volta un discorso complesso, in modo da precisare specificamente le riserve ch’egli opponeva alla psicoanalisi. Questo fece supporre che la sua opposizione non fosse radicale.

In realtà le riserve ch’egli oppose furono di tal numero e di tale qualità da mostrare l’inconciliabilità tra il cattolicesimo e i principi fondamentali della psicoanalisi la quale si presentava con asserti necessariamente e coerentemente assoluti. Il 13 aprile 1953, il Pontefice ricordava che l’uomo va considerato come unità e totalità psichica per cui non si poteva sopravalutare un fattore particolare nell’insieme della vita psichica. Egli faceva allusione ai dinamismi psichici elementari e negava che questi mettano in scacco il più delle volte e riducano all’estremo l’autonomia umana e ammoniva: “non si può pretendere che i turbamenti psichici e le malattie che ostacolano il funzionamento normale dello psichismo siano il dato abituale”. Inoltre il Santo Padre confutava la pretesa opposizione fra metafisica e psicologia come anche tra psicologia moderna ed etica tradizionale. Rivelava poi alcuni errori della psicoterapia moderna: “Esiste un malessere psicologico e morale, l’inibizione dell’io, di cui la vostra scienza si occupa per scoprire le cause. Quando questa inibizione invade il campo morale, per esempio, quando si tratta di dinamismi, come l’istinto del dominio, di superiorità, e l’istinto sessuale, la psicoterapia non potrebbe senz’altro trattare questa inibizione dell’io come una specie di fatalità, come una tirannia delle pulsioni affettive che sgorga dal subcosciente e che semplicemente sfugge al controllo della coscienza e dell’anima. Si badi bene a non ridurre troppo frettolosamente l’uomo concreto col suo carattere personale a livello del bruto”.

Il Papa toccava anche la questione della “iniziazione sessuale completa che nulla vuole tacere, niente lasciare all’oscurità” e a questo proposito manifestava il suo sospetto che tale sistema rivelasse una “dannosa sopravvalutazione del sapere” in opposizione alla educazione cristiana che dà “particolare importanza al dominio di sé e alla formazione religiosa”. Per togliere ogni equivoco aggiungeva: “Ciò che abbiamo detto or ora sull’iniziazione sconsiderata per fini terapeutici, vale anche per certe forme di psicoanalisi. Non si dovrebbe considerarle come il solo mezzo per attenuare o guarire turbamenti sessuali psichici. Il principio riaffermato che i turbamenti sessuali dell’incosciente, come tutte le altre inibizioni di identica origine, non possono essere soppressi che rievocandoli alla coscienza, non vale se si generalizza senza discernimento. La cura diretta ha pure la sua efficacia e spesso è più che sufficiente”. E ribadiva che la necessità terapeutica di una esplorazione senza limiti manca di prova.

Passando poi a trattare del sentimento della colpa, Pio XII lo definiva “la coscienza di aver violato una legge superiore di cui tuttavia si riconosceva l’obbligo: coscienza che può tramutarsi in sofferenza o anche in turbamento psichico”. Dopo aver detto che questo fenomeno appartiene in primo luogo al campo religioso; Pio XII rilevava: “Nessuno può contestare che può esserci, e non raramente, un sentimento di colpa irragionevole, persino morboso. Ma si può avere egualmente coscienza di una colpa reale che non è stata cancellata. Né la psicologia né l’etica posseggono un criterio infallibile in casi di tal specie, perché il processo della coscienza che genera la colpevolezza ha una struttura troppo personale e troppo sottile. Ma in ogni caso è certo che nessuna cura puramente psicologica guarirà la colpevolezza reale… Ancorché il sentimento di colpa sia rimosso con un intervento medico o per autosuggestione o per influenza altrui, la colpa rimane e la psicoterapia s’ingannerebbe e ingannerebbe gli altri se, per cancellare il sentimento di colpa, pretendesse che la colpa stessa non esistesse più”. Al contrario, insisteva Pio XII, è con la contrizione e l’assoluzione sacramentale che si estirpa la colpa. Purtroppo, aggiungeva, “non è raro ai nostri giorni che in certi casi patologici il sacerdote rimandi il suo penitente dal medico; in questo caso dovrebbe essere piuttosto il medico a indirizzare il suo cliente a Dio e a quelli che hanno il potere di rimettere la colpa stessa in nome di Dio”.

Il Papa non mancava di negare recisamente che la psicoterapia possa rimaner neutrale rispetto al peccato materiale. “Ancor meno la psicoterapia può dare all’ammalato il consiglio di commettere tranquillamente un peccato materiale, perché egli lo commetterà senza colpa soggettiva; questo consiglio sarebbe erroneo anche se una simile azione dovesse sembrare necessaria per la distensione psichica dell’ammalato e, perciò, per la finalità della cura”.

In questo stesso discorso Pio XII parlò anche del dinamismo religioso alludendo, forse, a Jung, il quale faceva provenire l’energia spirituale dall’inconscio. A questo proposito il Pontefice di veneranda memoria notava: “Le religioni, la conoscenza naturale e soprannaturale di Dio e il suo culto, non procedono dall’inconscio o dal subcosciente né da un impulso affettivo, ma dalla conoscenza chiara e certa di Dio, mediante la sua rivelazione naturale e positiva”. E richiamava l’enciclica Pascendi contro il modernismo. Quanto al giudizio negativo sul freudismo, esso veniva ribadito ed amplificato da La Civiltà Cattolica di quell’anno (cfr. 1953 v. IV, pag. 326 e ssq.) che faceva proprie le conclusioni di un congresso americano di psichiatri cattolici sulla psicoanalisi freudiana. Ecco quale ne era il tenore: “I presupposti filosofici e teologici della psicoanalisi freudiana nettamente discordano dalla dottrina cattolica; senza dubbio la dottrina schiettamente freudiana è atea; le deduzioni aprioristiche tratte dagli psicoanalisti dalla visione freudiana della vita sono semplicemente da scartare”. Direi dunque che la interpretazione conciliatoristica non si sostiene. Pio XII aveva talmente delimitato l’area legittima dell’indagine psicologica e aveva avanzato tali ipoteche morali sul segreto interdetto allo psicologo che lo psicoanalista appariva chiaramente un avversario. Del resto la condanna di Marc Oraison prima, di Hesnard poi, costituivano l’esegesi più chiara della mente del Papa. Purtroppo i due preti psicoanalisti ora nominati aprirono una serie che non si è chiusa con O. Lemercier, sul cui processo penale non abbiamo insistito a causa della molteplicità delle accuse gravemente infamanti.

5. – Sembra, però, che il Papa Pio XII si sia mostrato più conciliante nel discorso dell’8 settembre 1958, un mese prima della sua morte.

RISPOSTA:

Non 1’8 bensì il 9 settembre, ma con intendimenti che mi sembrano lontani dalla supposizione ora dichiarata. Il Papa, infatti, dopo aver mostrato consapevole circospezione sull’uso dei tranquillanti, sottolineava in quell’occasione la specificità della malattia propriamente mentale e, alla luce del principio dell’infinita stima dovuta all’uomo e alla sua libertà, esortava il medico a conformarsi alle esigenze della deontologia medica (le cui norme corrispondono a un ordine morale obbiettivo) e anche al rispetto dovuto a norme morali d’ordine superiore, perché l’uomo non è arbitro assoluto di sé. Rivolto in particolar modo agli psicologi, Egli ribadiva criteri noti per giudicare moralmente della loro iniziativa. Tutte cose mi pare, che devono suonare assai spiacevolmente agli orecchi degli psicoanalisti.

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