A proposito di psicoanalisi e di Santità: domande e risposte – Parte III


“Rivista di ascetica e mistica”, Anno III, n. 3, luglio-settembre 1978, pp. 297-305.

18. – Il fatto mistico ha un rilievo psicologico?

RISPOSTA:

Il fatto mistico, in quanto è un’esperienza spirituale della realtà divina cui l’uomo intimamente tende, è causato per virtù soprannaturale (è prioritaria e prevalente l’azione di Dio che si dona), ma investe la coscienza e quindi la libertà e il pensiero del l’uomo; dal vertice della coscienza libera esso può ridondare su tutto lo psichismo dell’individuo. Esso consiste in un vertice della libertà e non c’è dubbio che esso provochi una modificazione rilevante nella psiche del soggetto e nella sua libera tendenza al perfezionamento di sé in Dio.

19. – Il fatto mistico può essere compatibile con un comportamento clinicamente patologico?

RISPOSTA:

Il fatto mistico non può essere compatibile con la mancanza di libertà del soggetto, qualunque sia la causa di questa minorazione del soggetto stesso, materiale o spirituale. Cercare il patologico psichico nell’atto coscienziale che pare coinvolto dall’esperienza mistica non può non condurre, onestamente, che o all’esclusione del patologico o all’esclusione del mistico. Ipotecare il comportamento libero del vero mistico con la qualifica del patologico è erroneo, empio e sovversivo.

20. – Eppure i mistici sembrano soggetti a paure e scrupoli ossessionanti, patologici.

RISPOSTA:

I veri mistici sono spiriti liberi, sovrani, per nulla soggetti ad una ingiusta minorazione della loro grandezza in Dio. Quando il Magistero della Chiesa è intervenuto con il suo giudizio infallibile a definire la santità di un mistico, il comportamento di questo va sempre interpretato come un comportamento libero che va verso traguardi più alti di libertà. È ovvio che una psicologia senza anima, basata sul falso scientifico assoluto dell’inconscio materialistico, del predominio libidico e della priorità determinante dell’Es, ossia del Caos, non può ammettere il primato dello Spirito e della Libertà. Il divino apparirà patologico, così come l’orrore del peccato e la purezza della coscienza delicata. Tutto lo specifico del cristianesimo è indigesto per la psicoanalisi, a cominciare dalla carità. Il vero malato mentale, invece, non può accedere all’esperienza mistica mentre è uno schiavo: la pseudo-mistica è per lui un’altra catena. Ma la psicoanalisi, anche qui, non ha niente da dire, perché essa è basata tutta su un falso.

21. – Lo psicologo è competente per giudicare delle perfezioni morali o della santità della persona?

RISPOSTA:

Certamente. Il suo giudizio, però, non è infallibile come quello della Chiesa; deve essere il giudizio della sana ragione, della sana scienza dell’uomo, della sana psicologia, come dice spesso il Concilio, che non chiude gli occhi su ciò che costituisce la perfezione dell’uomo o su ciò che realmente disumanizza l’uomo. Solo una psicologia ignorante della libertà ed ebbra di laicismo può vantarsi d’ignorare le esigenze morali dell’uomo. Una vera e sana psicologia, di fronte all’autentica santità, è in grado di dire: ecco la psiche perfettamente matura, ecco un modello per l’universalità degli uomini. Inoltrandosi nello studio del santo la vera psicologia avrà bisogno d’integrarsi (nell’autonomia delle rispettive formalità) con la vera teologia, ma non si disinteresserà della santità, il fiore più bello della libertà.

22. – Per lei è in qualche modo accettabile l’opinione che la psicoanalisi non fa che applicare la metodologia clinica in psicologia?

RISPOSTA:

Le perplessità e le ambiguità di una tale opinione sono sul campo. Dice, per esempio, Lucio Pinkus nel suo libro, da lui stesso citato: “Le numerose perplessità teoretiche e le ambiguità a proposito della psicologia clinica derivano principalmente dal termine clinica” (p. 23). E se ne ha subito dopo la conferma: “La psicologia clinica – afferma Pinkus – è un approccio allo studio dell’uomo che si serve di metodologie e tecniche applicandole a varie situazioni dell’esperienza della personalità umana” (p. 33). Ma quali sono questi mezzi d’approccio? Se uno vale l’altro non esiste una verità, ma il contraddittorio dell’irrazionale e dell’assurdo. Il Pinkus precisa che l’obbiettivo è di generalizzare tramite intuizioni, ma aggiunge: “…non siamo in grado di dare una descrizione esauriente e tanto meno una spiegazione del dinamismo intuitivo” (p. 34). Ora, mi domando: presumere di usare ciò che non si è in grado di conoscere, è scienza? Ammette Pinkus: “a tutt’oggi si può dire che non esiste ancora una formulazione clinica delle varie teorie della personalità né tanto meno una teoria completa ed esauriente in psicologia clinica” (p. 55). Come si vede, navighiamo nell’ignoranza: la “personalità clinica” è la grande sconosciuta, per la contraddizione delle scuole “scientifiche” e relative interpretazioni; è infatti sconosciuta, da questi pretesi “scienziati”, la “personalità normale”. L’impotenza dello psicologo clinico è ben descritta dal Pinkus: e allora a che serve ricondurre la psicoanalisi alla psicologia clinica?

23. – L’incertezza confessata delle formulazioni psicoanalitiche, può dipendere dalla evoluzione della scienza neurofisiologica e biochimica?

RISPOSTA:

Evoluzione non è contraddizione; un completamento non genera incertezza. Ma la vera questione è di sapere se il pensiero venga dall’apparato nervoso o dagli elementi chimici. Questa confessata incertezza equivale ad una confessione di impotente materialismo.

24. – Lucio Pinkus dice che attribuire alla responsabilità del soggetto malato lo stato di malattia, significa non avere esperienza.

RISPOSTA:

Io ho detto soltanto che nella malattia mentale pura non sempre si può escludere la responsabilità del soggetto schiavo. Questo orientamento è deciso non sulla base di esperienze cliniche, bensì sul fondamento del primato della coscienza negli atti psichici. È evidente che Lucio Pinkus appartiene alla schiera di coloro che esaltano il primato dell’inconscio. Per lui l’oggetto della povera psicologia clinica è proprio l’inconscio (p. 33) e dall’inconscio sono venute tutte le scienze (p. 34). Egli riconosce esplicitamente che molte scienze negano l’azione dell’inconscio (p. 34), ma non fa niente! Infatti per l’inconscio – afferma lo psicologo clinico Pinkus – si può avere sia la massima attenzione, sia la non considerazione assoluta (p. 104): i conti tornano lo stesso. E la ragione è questa: la psicoanalisi non sa che cosa sia la psiche.

25. – Veramente Lucio Pinkus dice che lei non conosce la letteratura scientifica…

RISPOSTA:

E anche gli scienziati che non riconoscono (p. 78) obbiettività e scientificità alla psicologia clinica, sono ignoranti? C’è da domandarsi a che cosa serva la letteratura che lui cita. Forse serve a concludere, come lui conclude, che la scienza è solo frutto “di un determinato ambiente culturale, di precise sollecitazioni ideologiche politiche e di tutta un’elaborazione a livello dell’inconscio sia individuale che di gruppo” (p. 17): affermazione che da sola seppellisce la libertà dell’uomo e lo scienziato con essa. Invece di far la guerra delle autorità, perché Pinkus non dice che cos’è la psiche? cos’è il pensiero, la mente e la conoscenza? con che si conosce? che differenza c’è fra pensiero e mente? C’è separazione tra cervello e psiche? La neurologia è in grado di cogliere la vita psichica? In realtà egli non può rispondere. Lo deduco dal fatto che egli ammette di conoscere solo embrionalmente la personalità (p. 57), di non conoscere “l’energia psichica”, la quale “è alla base di una concezione dinamica della personalità umana” (p. 57). Mancano le basi più elementari. Dopo aver distrutto l’uomo, si vuol parlare del l’uomo e dell’uomo libero!

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