Un timore esemplare
in “Crescere”, Anno V, n. 1, gennaio-febbraio 1966, pp. 10-14
II timore non qualifica favorevolmente la persona che lo manifesta: è sempre l’indice di una vera inferiorità. E’ impensabile, per esempio, che Gesù abbia avuto timore: la parentesi del Getsemani rimane scandalosa per l’intelligenza, mentre è in perfetta armonia con tutto ciò che si può pensare del Maestro il quadro che lo rappresenta sulla via dell’ultimo viaggio gerosolimitano in testa alla sparuta compagnia dei tremebondi discepoli.
La vergine Maria all’annuncio dell’angelo temette. Possiamo considerare un tale timore esemplare?
Qualcuno (nomi grossi!) ha osato dire che la vergine temette a ritrovarsi sola con un essere che aveva un’apparenza umana, verosimilmente bella e giovanile, che si presentava con un linguaggio ossequioso ed elegante: vaneggiamenti!
Altri hanno trovato nella preoccupazione di perdere la verginità la radice del timore della vergine: meschinità!
Altri ci hanno presentato la vergine Maria come una ragazzina piena di timidezze, di diffidenze, di calcoli prudenti; un essere fragilino, un fiore di serra, una creatura ignara ed inesperta, tutta consapevole dei propri limiti: quadro falso e disonorante per chi lo propone.
La Madonna quando ricevette l’annuncio angelico era certamente assai giovane, ma era tuttavia già donna, fisicamente e psichicamente matura per dare un apprezzamento umano a quanto stava per aссаdere col suo libero consenso. Una donna indubbiamente consapevole della storia del suo popolo, già in grado di apprezzare il significato religioso di questa storia e delle sue speranze. Ciò che sappiamo di lei si concilia male con la timidezza presunta del suo carattere: abitava in un paese assai disagiato, un accrocchio di caverne di due stanze ciascuna, quasi porta a porta. La vita del paese era certamente assai comunitaria, condotta tra fatiche considerevoli e spinta avanti con realistica energia; subito dopo l’annuncio questa donna è capace di prendere all’improvviso la decisione di un viaggio lungo, faticoso, rischioso; dopo la nascita del suo bambino affronta spontaneamente l’esilio in una terra piena d’imprevisti; qualche anno dopo contesta dignitosamente al suo ragazzo un gesto che appare indisciplinato; più tardi insiste con ferma sicurezza per ottenere da lui un favore da principio negato; quando sa che il figlio si dedica alla predicazione con un fervore che rischia di compromettere la sua salute, si presenta immediatamente per riprenderselo; osa andargli incontro sulla via della croce, assistere all’ignominia della sua morte, incurante delle nudità dei condannati, delle bestemmie e dei lazzi della gente: bisogna riconoscere che tutto questo si accorda male con la presunta timidezza della vergine Maria.
Bisogna dire piuttosto che la vergine Maria si presenta come una donna energica, fattiva, di buona salute, di valutazione realistica, di pronta decisione. Una donna perfettamente integrata, direbbero gli psicologi moderni, sia nell’equilibrio interno delle sue facoltà, sia nei confronti del suo ambiente, sia nei confronti di situazioni nuove. L’atteggiamento da lei tenuto nei confronti di Giuseppe, in una situazione drammaticamente imbarazzante, è sufficiente a dimostrare il senso di sicurezza, la saldezza emotiva, l’intelligenza complessa ed anche raffinata, l’infrangibile volontà di questa donna. Eppure questa donna temette! Appena sentì d’essere oggetto speciale del disegno divino, temette.
Fu il suo un timor da schiava?
Si definisce infatti una schiava. E’ proprio dello schiavo temere sempre un male incombente dalla volontà del suo padrone: aveva questa radice il timore della Vergine? No.
Ma non c’è solo questa schiavitù: una mentalità da schiavo si manifesta in colui che ha paura dell’ignoto, del futuro, della novità: è forse da questa matrice che sorgeva il timore della vergine Maria? Non sarebbe esemplare. Non si potrebbe proporre ad esempio chi vuole avanzare solo sul sicuro, sul programmato e verificato in antecedenza, chi rifiuta per principio l’avventura del tempo e della libertà. Non era così la vergine Maria.
L’atteggiamento dello schiavo si manifesta anche nella diffidenza di sé: la libertà si conquista e per conquistare bisogna scatenare una battaglia e per questo occorre avere fiducia in sé e nella propria forza.
L’atteggiamento dello schiavo si caratterizza proprio in un ripiegamento contrario, rinunciatario, scoraggiato, depresso: egli vede la sua condizione senza vin d’uscita. Chi oserebbe dire che Daniele alla corte di Babilonia fosse davvero uno schiavo? Chi oserebbe dire che Spartaco fosse uno schiavo? Un prigioniero che tenta la fuga è già un uomo libero. Invece una persona che si rassegna alla propria debolezza è già prigioniera.
Dunque la vergine temette perché dubitò di sé? Lo rifiuto.
Mi direte: dicci dunque perché temette la vergine Maria; non finirai per dire che non temette!
Il timore della vergine è il timore d’una verità annunciata, d’una realtà scoperta, d’un mistero vissuto. Un malato è accasciato nel letto, la febbre è alta, i sintomi sono gravi, ma nessuno sa cosa abbia. Si corre da un medico. Egli viene, guarda, misura, ascolta, tocca: tutti tacciono: finalmente il medicо fissa lo sguardo sui circostanti: la sua parola è асcolta con riverenza, con timore: la sua parola porta nella casa una verità, annuncia che un fatto è già entrato e ha già occupato il suo posto, fa brillare la lama tagliente della vita e della morte. a Nel segreto della sua stanza, sotto un fascio di luce intensa, un uomo mette un vetrino sotto il microscopio: il suo cuore batte con violenza: mette fuoco e… stupore! Che cos’è quella vita che brulica? Egli ha scoperto una realtà: nelle sue più intime fibre il senso dell’essere si ricongiunge al senso cosmico: egli scopre la realtà: egli sa di essere portato su un’onda immensa che è sul punto di frangersi… teme. e
« Ti aiuto! », esclamò con slancio Cesare. Presero il sacco ognuno dal suo lato. Lo alzarono con fatica; subito i volti si imperlarono di sudore; attraversarono quasi di corsa il cortile assolato e con un ultimo sforzo lo posarono sui gradini di casa; quando lasciarono la presa si guardarono e si sorrisero. Anna si sentì allora rimescolare il sangue: in quello sguardo aveva capito tutto: aveva capito che il mistero dell’amore aveva già invaso tutte le cellule del suo corpo, tutti i movimenti del suo spirito; arrossì, impallidì, si sentì venir meno.
Analogo fu il timore della vergine Maria.
Il Signore è con te: quale lama più tagliente?
Il Signore è con te: quale realtà più travolgente?
Il Signore è con te: quale mistero di più terribile amore?
A ragione, dunque, la vergine temette. Possiamo anche dire che esemplare fu il suo timore? Sì. Prima di tutto perché è perfettamente umano: chi ha sfiorato anche per un solo attimo la poesia sa cosa vuol dire il timore d’esser presi, invasi, portati chi sa dove, chi sa dove! Un timore stranamente misto a desiderio, timore di possedere e di esser posseduto, ma timore vero. Meglio lo sa ogni prete sincero: il timore della grande vigilia quando si sapeva che la parte più intima e profonda di noi sarebbe stata intaccata, incisa, da un sigillo che il tempo non avrebbe potuto che rinforzare. Poi perché non si tratta d’un timore evasivo ed alienante. Tale sarebbe se ritardasse l’azione, tale sarebbe se si rifugiasse nella contemplazione per stemperarsi ed esaurirsi in una sterile considerazione dei pro e dei contra, tale sarebbe se mascherasse il proprio fondamento d’impotenza in una falsa umiltà religiosa.
Ma il timore della vergine Maria è ben diverso: in montana cum festinatione: prese subito la via dei monti verso il paese di Elisabetta: una urgenza e un appello irresistibile le impedivano di evadere e di alienarsi. Il suo timore diventa componente efficace di azione.
Infine è esemplare perché è dimostrativo d’una grande vigilanza: il timore della vergine si colloca fra l’annuncio e la risposta: è uno sguardo puntato su un segno per decifrarlo e coglierne il suo significato più decisivo.
Non sarebbe esemplare se fosse un timore che inducesse al deprezzamento della cultura, del coraggio e dell’attimo del tempo. Ma qui si tratta di un timore che è tutto intriso dell’istanza del Kairòs, del momento religiosamente favorevole, dell’ora della profezia. Analogo al timore dell’atleta che sta per spiccare il salto, analogo al timore del medico che scruta perché nessun segno del male da combattere gli sfugga, analogo al timore del generale che sta per dare il segnale dell’attacco, analogo al timore di chi sa che l’orologio sta per scoccare l’ora importante. Si tratta d’un timore che rende il cuore e il pensiero trasparente, un timore che rende la decisione solida e la voce non incrinabile.
Ecco perché l’angelo dice: ne timeas Maria: invenisti enim gratiam apud Deum.





