
Conferenza rievocativa tenuta a Roma il 9 ottobre 1971
Abbiamo ricordato i fatti senza tacere le ombre; infatti, nonostante tutto, Lepanto resta una battaglia della Chiesa, ossia una battaglia di luce dove le ombre servono a sottolineare ed esaltare la luce. Lepanto fu battaglia di Chiesa non semplicemente perché fu voluta e sostenuta dal Papa; e neppure perché fu combattuta dalla cristianità; bensì perché fu vissuta religiosamente. In uno dei suoi primi documenti San Pio V, esortando alla riforma dei costumi del clero, dichiarava: nella nostra battaglia contro i turchi ci può giovare solamente la preghiera di quei preti che sono di costumi puri.
Ecco la convinzione che occupava il primo posto nella mente del Papa il quale, del resto, fu subito incoraggiato dalla grande partecipazione della folla romana alla processione penitenziale indetta nel ‘66 col giubileo proclamato appunto per implorare da Dio la liberazione dal pericolo turco.
Nel 1570 il Papa indisse un altro giubileo “ad divinum auxilium implorandum contra infideles” e constatò la commozione della gente che partecipava numerosissima alle preghiere pubbliche. Il Pontefice ripetè l’iniziativa nel ‘71, partecipando di persona alle processioni di penitenza. Anche la Quaresima quell’anno fu intonata alla comprensione dei segni dei tempi, come oggi si dice. Nel mese di settembre, poi, si sapeva che il Papa pregava e digiunava per il buon risultato dell’impresa che abbiamo descritto e si corrispondeva generosamente alle sue disposizioni circa la preghiera pubblica e l’adorazione diurna e notturna nei monasteri.
Speciali disposizioni dette il Papa per l’assistenza religiosa della flotta crociata, garantendola con scelti cappellani domenicani, francescani minori, cappuccini ed anche gesuiti (una nota: i gesuiti, nell’estate del ‘71, non accusarono il Pontefice di malcostume politico, ma celebrarono una messa settimanale per la crociata); i gesuiti di Messina organizzarono così bene il loro lavoro pastorale che tutti gli equipaggi, prima di partire, fecero i sacramenti con sufficiente preparazione e con l’ottimo esempio “delli signori principali”. Le corrispondenze assicurano di un fervore che aveva tutti i segni d’un’autentica preparazione al martirio e di una compunzione per i peccati della vita passata che, secondo quanto si riferisce, faceva giudicare quell’armata più un esercito di frati che di soldati.
Il Papa raccomandò al nunzio di assicurare sulle navi il servizio religioso ogni mattina, e difatti i cappellani – anche dopo la partenza da Messina – continuarono a bordo le confessioni e le altre pratiche devozionali. La loro corrispondenza assicura che, nell’imminenza della battaglia, tutti gli equipaggi erano sereni e quasi allegri, fidenti in Dio e quasi desiderosi del rischio, nonostante che, per lo più, i crociati fossero giovani e inesperti della guerra, e di quel tipo di guerra. Durante la battaglia, poi, i cappellani gridavano litanie (successivamente fecero da infermieri per i feriti anche turchi, alcuni dei quali si convertirono – e da notai per i moribondi ).
Il Papa, quel giorno, godè d’una rivelazione superna sull’esito della battaglia, ma ne fece solo allusione con alcuni intimi; la notte che ricevè ufficialmente la notizia fu in ginocchio che pianse di gioia; nell’accogliere Marcantonio Colonna queste furono le sue parole: “diamo gloria a Dio che, nonostante i nostri peccati, è stato così benigno e misericordioso”. Il Colonna stesso, il giorno del suo trionfo, rinunciò al banchetto per devolvere la somma corrispondente a dotare 75 ragazze povere; buona parte dell’oro che toccò ai pontifici come bottino di guerra servì per gli ornamenti che potete ammirare sul soffitto dell’Aracoeli; le bandiere furono considerate un trofeo sacro destinato alle Chiese (in Roma a S. Maria Maggiore, a S. Maria in Aracoeli e poi a S. Maria della Vittoria); il Santo Padre volle che il 7 ottobre fosse dedicato alla Madonna della Vittoria, al cui titolo sorsero in Italia e Spagna chiese e cappelle (Gregorio XIII volle poi la festa sotto il titolo del Rosario, ma Bartolo Longo conservava buona memoria di questa origine, come appare dalla Supplica). Tale valutazione religiosa fu largamente partecipata: alla corte spagnola la vittoria sembrò un sogno e fu salutata come un vero miracolo; la medaglia celebrativa coniata dal Doge porta scritto: “Pro fide numquam defessa” e il Senato pose sotto la rappresentazione della battaglia le parole: “Ne potenza ne armi ne duci, ma la Madonna del Rosario ci ha aiutato a vincere”. Molte città, fra cui Genova, fecero dipingere la Madonna del Rosario sulle loro porte e altre introdussero nei loro stemmi l’immagine di Maria che, solare, tiene sotto i piedi la mezzaluna, applicando l’Apocalisse al momento (come progettò Pio IX al tempo della repubblica massonica a Roma, e come ai calamitosi nostri giorni ha fatto Gedda con la sua Madonna della Luna inaugurata a Paestum).
I reduci, passando per Loreto, chiamarono la Madonna “Auxilium Christianorum”, che divenne così vox populi; fogli volanti in svariate lingue, storici, oratori e musicisti celebrarono quel giorno con accenti religiosi; pare che il repertorio delle poesie spagnole sul nostro tema sia immenso; le poesie composte nei dialetti della penisola italiana sono migliaia, centinaia quelle in lingua italiana; non c’è dubbio, del resto, che la Gerusalemme Liberata del Tasso scaturisse anche da una sincera commozione provocata dall’avvenimento di Lepanto. Il Tasso, prima di cantar “l’arme pietose e ‘l capitano” dedica il poema ad Alfonso d’Este augurandogli d’esser lui il Goffredo dell’avvenire
s’egli avverrà ch’in pace il buon popol di Cristo
unqua si veda e con navi e cavalli al fiero Trace
cerchi ritor la grande ingiusta preda
versi che dimostrano come la speranza d’una grande crociata antiturca avesse dopo Lepanto messo radici nell’animo religioso della gente.
Opere dimostrative che tale commozione si rifrangeva in echi più vasti rimarranno le grandi pitture che sul nostro soggetto si devono a Tintoretto, Veronese, Tiziano, Vasari. Forse non le conoscete, ma certamente avrete visto la bella scultura dei mori incatenati che adornano la fontana di Marino: si tratta del medesimo soggetto.
Questa eco ha attraversato i secoli, come ha dimostrato una mostra filatelica allestita in questi giorni proprio per commemorare ciò che anche noi stasera stiamo ricordando con la fierezza di appartenere ad una tradizione di combattimento. C’è chi si vergogna di questa data (come di altre). Noi non abbiamo da vergognarci di San Pio V e di quella Chiesa per la cui salvaguardia tanto egli operò. Le sue iniziative supplivano a carenze inescusabili dell’autorità laica; le sue insistenze derivavano da un’acuta coscienza del pericolo comune. Scrivendo a Filippo II dopo la vittoria Pio V affermava che finalmente alla cristianità “era tornato il fiato, accresciuto il cuore, con sperar di potersi diffender da si empio e crudel tyranno nemico del nome cristiano, innalzato a tanta superbia che credeva non solo sugiogarla, ma deglutirla et annichilarla tottalmente”. E poi, elevando il discorso, noi crediamo in una Chiesa incarnata e storica, non disincarnata e atemporale, puramente carismatica e spirituale. Questa Chiesa storica, questa, è la Santa Chiesa.
Oggi come ieri non sono fondati sulla roccia coloro che diminuiscono in un modo o nell’altro questa realtà; sia che esaltino l’eterno per eliminarlo dalla storia, sia che esaltino la storia per assorbirvi l’eterno; sia che esaltino la divinità per renderla praticamente aliena dalla umanità, sia che esaltino l’umanità per esiliare nella sua verità la divinità. Per questo non sono fondati sulla roccia neppure quanti vorrebbero che la fede, liberata da ogni compromesso temporale, esprimesse l’autentica vita cristiana in una affermazione che sarebbe indipendente ed aliena dall’organizzazione.
La fede che si dimostrasse impotente a fermentare ed orientare, e quindi correggere e migliorare incessantemente, tutte le forme della cultura umana, sarebbe una fede perduta.
Certo anche voi sapete che nella Chiesa c’è oggi chi in nome dei carismi polemizza contro la cultura, auspica la fine della nostra civiltà come condizione al dialogo coi non cristiani, vuole che si vada al dialogo senza metafisica e senza teologia, senza scienza e senza arte, senza diritto e senza la tradizionale esperienza pastorale. Vogliono una testimonianza pura, dicono. Ma la testimonianza che rifugge dal compromettersi con la dura realtà sociale, politica, strutturale e culturale, sarà forse una testimonianza pura, ma certamente inefficace; la sua ambizione da ottimati è più settaria che ecclesiale; il suo destino è di esser smascherata come un’evasione e un tradimento.
Io non mi vergogno affatto della Chiesa del passato compromessa in una difficile incarnazione. Se questa Chiesa ci si presenta sporca è perché ha duramente lavorato, tutta impegnata a salvare il salvabile di una civiltà in crisi. Mi vergognerei piuttosto di una Chiesa che, esagerando la separazione tra piano temporale e piano spirituale, si rifugiasse vilmente nel suo spazio pneumatico, disimpegnandosi dalla civiltà che avrebbe dovuto portare a compimento con tutte le forze. Ad una tal chiesa mi vergognerei di appartenere perché dimostrerebbe di essere omicida e suicida. Una Chiesa che non ha rifiutato l’Incarnazione è degna del suo fondatore, è degna di confessare che Cristo è il Verbo di Dio Incarnato.
Certamente qualcuno dirà con una smorfia: trionfalismo! Anche questo non c’im barazza. C’imbarazzerebbe se l’euforia della vittoria ci facesse dimenticare gli aspetti negativi dei fatti umani, ma noi abbiamo guardato all’avvenimento, crediamo, con obbiettività; c’imbarazzerebbe se l’euforia della vittoria passata ci facesse dimenticare le battaglie presenti, ma noi sappiamo benissimo che il turco oggi si chiama laicismo e che i suoi strumenti di più potente offesa sono la massoneria, il freudismo e il comunismo; c’imbarazzerebbe anche se fossimo tanto ingenui da crederci vittoriosi in tutto il faticoso peregrinare della Chiesa, ma questo non sarebbe possibile oggi dopo la resa di fronte alla peste del divorzio e mentre ci si appresta ad arrenderci di fronte all’aborto; c’imbarazzerebbe, infine, se noi attribuissimo a noi stessi o alle sole forze umane la vittoria.
Pochi giorni or sono il cardinale Wright, aprendo i lavori del Congresso Catechistico Internazionale, pronunciava queste belle parole che faccio mie interamente:
“Oggi si muove un rimprovero alla fede del passato, tacciandola di trionfalismo. In realtà, nel passato, come oggi, la preghiera nostra era la seguente: Io credo, Signore, aiuta la mia incredulità. Si sentiva di portare l’anima in “vasi fragili”, anche se c’era qualcosa di trionfalistico, atteso il fatto che la fede è sempre una vittoria. Con la fede noi abbiamo superato il mondo in Cristo il quale disse: rallegratevi perché io ho vinto il mondo!”.
Il cardinale aggiungeva che San Paolo non cessò di ripetere: siate contenti nella fede, siate forti nella fede, gioite nella fede; ma avrebbe potuto anche aggiungere che oggi si polemizza contro il trionfalismo nella speranza che noi diventiamo tristi di far parte d’una Chiesa cui invece va molto onore per aver avuto sempre a che fare con molti, perfidi ed irriducibili nemici.
Noi non ci possiamo vergognare del nostro passato, perché costellato di bellissime vittorie; non lo ereditiamo con beneficio d’inventario; preferiamo espiare ciò che vi è da espiare per gloriarci anche di ciò che è gloria.
Non posso terminare questa conferenza senza replicare ad una obiezione che mi son sentito rivolgere da un amico. Secondo lui non è un bell’esempio che un sacerdote esalti un fatto d’armi. Egli non nega che l’eroismo militare possa essere riguardato come un valore morale, ma è dispiaciuto nel vederlo esaltare da un sacerdote che dovrebbe predicare un eroismo d’altro tipo. Voglio rispondere a questa obiezione con un fatto accadutomi di recente. In Germania, in un paese della campagna bavarese per la precisione, mi è capitato, infatti, questa estate, una sorpresa. Dopo la Messa ho notato che sopra l’acquasantiera erano esposte le decorazioni al valore che i parrocchiani avevano guadagnato sui campi di battaglia delle varie guerre.
Evidentemente – mi son detto – in questa comunità si coltiva una sacra stima del sacrificio offerto coraggiosamente per la patria.
Ho toccato poi l’argomento con il parroco del luogo, cui ho rivolto prudentemente questa dubbiosa osservazione: se questa gente è coraggiosa in pace come lo è in guerra, il pastore può esserne fiero. E lui si è limitato a raccontarmi che quando i nazisti andarono in quel paese per arrestarlo trovarono di fronte alla canonica un muro di uomini i quali non ebbero bisogno di spender parole per allontanare il nemico.
Sulla strada di Monaco riflettevo alle ragioni pastorali che potevano aver indotto a dare tanto onore religioso a decorazioni militari e, arrivando in città, ho concluso la mia meditazione con questa ipotesi: forse le virtù militari sono una preziosa preparazione delle virtù cristiane perché quando uno giunge all’oblio di se stesso, com’è richiesto in certe situazioni di guerra, è effettivamente molto vicino a cogliere l’essenza della carità.
L’argomento, però, non era chiuso… Entro per caso in una vasta cripta il cui accesso è aperto su una delle strade centrali. Da principio ammiro l’imponente ed espressiva Via Crucis, ma ben presto mi accorgo che c’è ben altro da considerare. Un continuo flusso di gente di tutte le condizioni ed età va silenziosamente a raccogliersi e a pregare davanti ad una tomba presso l’altar maggiore, illuminata da una selva di fiammelle vibranti e ornata di freschissimi fiori. È la tomba del sacerdote Rupen Mayer, morto nelle carceri naziste. Da giovane prese parte, come ufficiale, alla prima guerra mondiale e fu decorato al valore; fattosi sacerdote nella piena maturità si oppose pubblicamente, ribadendo la condanna papale, alla zoologia nazista. Egli sapeva benissimo che destino l’aspettasse, ma evidentemente era stato ben educato ad un giusto disprezzo della vita temporale. Tolto di mezzo lui, i tiranni del momento videro i Faulhaber, i von Galen ed altri sacerdoti portare sul pulpito l’impeto, l’ostinatezza, le virtù della trincea.
Inginocchiato a quella tomba mi ripetevo con rossore: dov’è, Signore, questa eredità eroica? che n’abbiamo fatto, noi liberi europei, di questo tesoro morale? Troppi hanno buttato tutto nel dimenticatoio sicché ora di fronte a tirannie non meno disumane sono in molti a non sapere più PERCHÉ si deve vivere.





