“Ripresa”, Anno II, n. 2, aprile 1974, p. 6.
Caro Giovanni, così, secondo te, per il divorzio « ognuno se la vede per conto suo con la sua coscienza »! La tua maniera spicciativa d’esprimerti mi lascia inquieto. Perché, vedi, se tu intendessi: « Questa volta ogni cittadino è libero di fronte al partito », io non avrei niente da obiettare. E se tu intendessi: « Ognuno se la vedrà con Dio a cui dovrà render conto perché la coscienza vale e obbliga proprio in quanto è la voce di Dio », io mi leverei tanto di cappello. Che se poi tu intendessi: « Ogni cattolico procurerà di lasciarsi illuminare dal Magistero della Chiesa e agirà responsabilmente di conseguenza, infischiandosi dei cosiddetti intellettuali che si atteggiano a superpapi », allora ti approverei in pieno.
Ma io ho qualche sospetto che tu voglia dire: « Ognuno decide come gli pare senza dover render conto a nessuno, secondo i suoi interessi e le sue opinioni sulla propria famiglia », e questo non mi pare degno di te. Credi forse che il referendum sia un sondaggio d’opinioni individuali?
Esso, bada, è un atto pubblico, civico, legislativo, è, nel nostro caso, l’espressione della maturata volontà di ognuno di noi nei riguardi di tutte le famiglie della nazione. Se è vero che anche gli atti privati, come, per es., fumare e bere, hanno formidabili ripercussioni sociali, come ti può venire in mente che il segno da apporre sulla scheda elettorale del 12 maggio abbia un peso esclusivamente privato? Il fatto che a te riesca persino inimmaginabile di divorziare – come mi dicesti una volta – non ti autorizza punto a disinteressarsi dell’istituto del divorzio: ti deve stare a cuore, infatti, non solo il bene tuo ma anche quello degli altri.
Spesso si sente dire che come non si possono raddrizzare le gambe ai cani così non si può raddrizzare con la legge chi in pratica si dimostra negato per il matrimonio. Eppure si dovrebbe ammettere che almeno le storture non vanno incoraggiate, che i dissidi non vanno favoriti, che la fuga dalle proprie responsabilità non va premiata: di questo si tratta.
Per uscir dal vago, caro Giovanni, e se mi permetti, quel che ognuno di noi deve chiedersi è, prima di tutto, questo: « io vedo chiaramente quel che produce il divorzio? ho coscienza di quel che propone questa leggi di divorzio ai mariti, alle mogli, ai figli, alla società? ». Cioè: l’istituto del divorzio rende frivoli o pensosi quelli che si sposano? rende debole o forte il loro proposito di mantenere gli impegni matrimoniali? aiuta l’eventuale riconciliazione degli sposi in dissidio o la allontana? rende più facili o difficili gli adulteri? favorisce o diminuisce il senso civico, specie fra i figli delle famiglie in crisi? gli Stati che ce l’hanno ne sono soddisfatti? migliora la condizione della donna? ha qualche rapporto con l’aumento dei casi di pazzia e di suicidio? frena o accelera, col tempo, il processo disintegrazione della famiglia?
Col matrimonio non si scherza! Uno non può dire: ora mi sposo e poi, se mi pare, cambio. Non può perché il prossimo non è un limone da spremere e buttare; non può perché il matrimonio è un rapporto dal quale sgorga la vita di altri esseri il cui bene interessa a tutta la società e in modo molto drammatico. Uno non può licenziare il coniuge o figli quando gli pare! Deve renderne conto anche alla società. Ora, purtroppo, questa legge, col suo automatismo, autorizza un menefreghismo indiscriminato.
E molte altre cose devi chiederti su questa legge. Per esempio: se essa assicura ai coniugi pari diritti o se essa, purtroppo, avvantaggi il coniuge che vuole il divorzio a discapito di quello che non lo vuole; se essa salvaguardi i diritti del coniuge innocente oppure se li ignori per avvantaggiare il coniuge colpevole; se essa si preoccupi dei figli legittimi del primo matrimonio almeno quanto di quelli illegittimi e del secondo matrimonio; se è vero che i casi “pietosi” cui essa intende soccorrere costituiscono solo il 2% dei divorzi finora concessi mentre i casi « capricciosi » che essa ha servito sono molti di più; se questa legge assicuri delle garanzie economiche per il coniuge bisognoso cui è imposto il divorzio oppure se costringa il giudice ad emettere la sentenza di divorzio senza esigere garanzie di sorta; se questa legge sia davvero egualitaria oppure se essa sia sfruttabile solo da coloro che godono di un alto reddito.
E per finire, Giovanni, chiediti anche se questa legge sbandierata da ABС е соmраgnia bella sia di vantaggio per la moralità di tutti, ossia se contribuisca a migliorare, tra i cittadini, il senso del dovere e lo spirito del sacrificio. E poi vota pure come ti pare. Come ti pare, ossia: secondo la coscienza che ti sarai formata. Certo, ogni coscienza non può decidere che per se stessa, ma sempre in rapporto al bene o al male. Quando tu decidi il bene o il male del prossimo, decidi, in realtà, del bene o del male dell’anima tua. E se perfino un tuo desiderio, che riguardi il bene o il male del prossimo, non sfuggirà al giudizio di Dio, quanto più dovrai render conto d’una decisione che sottoporrà il prossimo all’imperio d’una legge che, sotto una maschera permissiva, costringerà, di fatto, a subire non pochi e leggeri ma molti e gravissimi mali.





