
Conferenza rievocativa tenuta a Roma il 1 dicembre 1973 in “Quaderni Regnabit”, (supplemento di “Adveniat Regnum”)
Nel 1270 San Tommaso aveva subito a Parigi una contestazione che raggiunse poi punte davvero eccessive nel 1272; in riconoscimento della sua autorità, tuttavia, gli venne, proprio a questo punto, l’offerta universitaria di Napoli ed egli, pur nella prospettiva di compiti gravosi e delicati e, forse, di nuove lotte, l’accettò volenterosamente. A Napoli, però, nei primi giorni del dicembre 1273, egli confidò, dopo una suprema rivelazione, al suo amico intimo: «È venuta l’ora di chiudere. Non ce la faccio proprio più. Tutto quel che ho scritto mi sembra paglia ».
Così, nello spazio di una sola generazione tra il 1250 e il 1273 – San Tommaso aveva elaborato l’opera cui si è guardato come a punto di riferimento per i secoli seguenti. La densità di significato contenuta in certi brevi periodi storici è fuori discussione: chi potrebbe dubitare, per esempio, che tra il 1950 e il 1973 si registrino opere che peseranno assai gravemente sull’avvenire? San Tommaso, peraltro, aveva portato avanti la sua missione concentrando al massimo le sue energie e senza lasciarsi punto distrarre dalle vicende a lui contemporanee che, a ben guardare, non erano meno turbinose di quelle che oggi ci inquietano. Anzi, dalla sua ostinazione e dal suo impegno, traspare addirittura un impeto combattivo che è degno della nostra invidia. È stato autorevolmente notato: la sua irascibilità si era intellettualizzata in un forte senso dell’onore. Sia pure; ma, certo, non a caso la liturgia l’aveva definito « pugilatore della fede ». Abitualmente pacato, perfetto dosatore di calibratissime affermazioni che si snodano con rigorosa consequenzialità scardinando dalle fondamenta le obiezioni più difficili, egli non rifugge, perfino nella Summa Theologica, dallo scontro frontale. Per noi è molto significativo che questo santo si sia caratterizzato anche come formidabile polemista. Vari titoli di celebri suoi libri sono tutto un programma d’impegno militante: contra impugnantes si legge sul frontespizio di uno; contra retrahentes, spicca su quello di un altro; contra gentiles, recita un altro; e poi: contra errores graecorum, con buona pace dei vecchi ed odierni pseudoecumenisti; e contra averroistas (quelli delle Fiandre e quelli nostrani!); e (da ricordare!) contra murmurantes, titolo che è in se stesso proclamazione di sfida a chi rifugge dal combattimento aperto e leale.
Non si tratta solo di titoli, del resto, ma di contenuti.
In uno di questi scritti San Tommaso protesta contro l’intellectus perversus di certi suoi interlocutori, il che non doveva suonare precisamente come un complimento o una blandizie. In un altro si leggono queste parole:
« Se qualcuno, gonfiato da una falsa scienza, vuole opporsi alle nostre osservazioni, non vada nei cantoni a parlare coi ragazzi, che non possono giudicare di queste questioni difficili, ma scriva contro questo scritto, se ha coraggio. Allora troverà non soltanto me, che sono da meno di tutti, ma ancora molti altri militi della Verità, che combatteranno i suoi errori, o verranno in aiuto alla sua debolezza ».
Il nostro santo ha usato anche le armi polemiche del sarcasmo e della mordacità (contro gente, del resto, che sapeva mascherarsi con demagogica malizia):
« Quelli che vedono qui delle contraddizioni – nota col sorriso sulle labbra in un suo libro – hanno, senza dubbio, uno spirito più sottile del nostro; essi solo sono uomini, e con essi nasce la salvezza ». E’ dunque evidente: egli si è impegnato davvero senza mezze misure, anzi con tutte le sue forze, nell’impresa in cui è riuscito campione; questo è il primo insegnamento per noi che siamo qui riuniti per ispirarci al suo esempio nel compito cui ci ha abilitato lo schiaffo della Cresima. Non dobbiamo, infatti, lasciarci suggestionare da chi ritiene di dover usare sempre toni dolci per ricuperare gli erranti. Infatti – è fuor di dubbio — fu proprio il contrattacco tomista del contra avverroistas a spingere Sigieri di Brabante a rivedere le sue formule incompatibili con la dottrina cristiana; né la critica di San Tommaso impedì al Sigieri di riconoscere che l’Aquinate era « preacipuus vir in philosophia»; né i posteri si trattennero, per quelle sortite polemiche, dal riconoscere che l’Angelico « in exponendo litteraliter Aristotilem non habuit aequalem ».
Il buon combattente merita sempre onore e a San Tommaso l’onore fu tributato, fra l’altro, da una iconografia che lo manifesta prevalente non solo su Averroè, ma anche su altri famosi filosofi dell’antichità; e tutti noi ricordiamo certamente la sua imponente presenza fra i massimi dottori della cosiddetta disputa del Santissimo Sacramento.
Il maestro che onoriamo fu deciso quanto tenace. Questo andava detto fin dall’inizio per ben disporsi ad attualizzare il suo insegnamento.





