a firma Silvio Polisseni, in “Seminari e Teologia”, Anno III, n. 7-8, luglio-ottobre 1978, pp. 30-32.
Nel quaderno n. 5 di questa rivista abbiamo indicato in Henri De Lubac una fonte d’inquinamento teologico particolarmente insidiosa perché mascherata. La difesa di Pico della Mirandola è, in realtà, una autodifesa dello stesso De Lubac, degli errori sul soprannaturale per i quali egli fu, a suo tempo, oggetto di critica da parte di quasi tutti i principali teologi cattolici e, se badiamo alla sostanza, di condanna da parte dell’Humani Generis.
La mascheratura a cui De Lubac è ricorso con la riedizione aggiornata del « Soprannaturale » non è riuscita ad ingannare i teologi più avvertiti e ortodossi e il Card. Giuseppe Siri ha denunciato pubblicamente che De Lubac persevera nel suo errore.
La mascheratura del « Pico » è riuscita a suscitare un coro di ammirati consensi perché i plaudenti non hanno capito a chi serva, in realtà, l’accreditamento del cabalista conte della Mirandola.
Sappiamo che qualcuno ha supposto « azzardato » l’accostamento da noi operato. A togliere ogni perplessità viene ora un famoso discepolo di De Lubac che ha scritto un libretto sul suo maestro utilizzando confidenze accuratissimamente compilate da quest’ultimo: H. U. von Batlhasar (cfr. Il padre Henri De Lubac. La tradizione fonte di rinnovamento, Jaca Book, Milano 1978, pp. 130, Lire 2000). L’ex-gesuita svizzero è inequivocabile: Pico è l’immagine compiuta di ciò a cui De Lubac aspirava, è l’autore modello che si muove come lo stesso De Lubac.
Non solo. Noi avevamo percepito, nella solidarietà stabilita da De Lubac tra l’opera di Pico e quella di Teilhard de Chardin, una ulteriore confessione di solidarietà con le tesi fondamentali che caratterizzano il teilhardismo. Ebbene: H. U. von Balthasar ci dà perentoria conferma: De Lubac non intende assolutamente fare alcuna concessione sulla questione dell’ortodossia di Teilhard de Chardin. In altre parole: De Lubac si contrappone al Monito della Sede Apostolica sui gravi errori filosofici e teologici contenuti nell’opera di Teilhard de Chardin e rivendica la perfetta ortodossia del gesuita evoluzionista (ossia – per chi ritiene doveroso il religioso assenso al Magistero Ordinario – De Lubac sposa gli stessi errori di Teilhard).
È strano che, ammettendo questo, H. U. von Balthasar lamenti che De Lubac non sia ben accolto « nei circoli » (!) della gerarchia della Chiesa.
La reazione suscitata dal « Surnaturel » fu « simile a quella riservata all’amico Teilhard », riconosce il teologo svizzero, che aggiunge: l’opera di De Lubac è intimamente connessa con le tesi dell’evoluzione cosmica di Teilhard (« tutta la problematica del desiderium naturae di De Lubac si radicalizza in Teilhard: tutto l’universo, a partire dal suo stadio più basso, la pura materia, non è niente altro », pag. 94). L’opera di De Lubac in difesa di Teilhard, insiste H. U. von Balthasar, « dimostra che l’evoluzionismo e il movimento verso il punto Omega della storia sono essenzialmente biblici e tradizionali » (pag. 42)!
La stessa terminologia moderna (anzi: personale) usata dal De Lubac per trattare questioni assai approfondite nella tradizione ecclesiastica, corrisponde ad una esigenza imperiosa espressa apertamente da Teilhard (« Tutta la teologia del soprannaturale… deve assolutamente essere trasposta… » pag. 75). Perciò riteniamo: anche secondo l’ex-gesuita svizzero la gerarchia cattolica, in comunione con la Sede Aроstolica e solidale con i suoi alti avvertimenti, è in errore.
Un collega ci ha scritto per esprimere il suo dispiacere su un solo punto del nostro articolo: quello in cui abbiamo detto che le citazioni patristiche di De Lubac appaiono strumentali, una orchestrazione di difesa preventiva. Ebbene, anche su questo punto H.U. von Balthasar pare darci ripetutamente ragione. Per esempio, là dove dice che tali citazioni servono a velare e a svelare l’opinione dell’autore « così come l’intenzione nascosta di un drammaturgo emerge nella sua forma vera tramite le voci del coro » (pag. 28).
L’ex-gesuita svizzero, inoltre, aggiunge nuovi motivi per rinforzarci nella nostra diffidenza verso De Lubac.
Restiamo pensosi sull’insistenza con cui De Lubac si è messo a difendere « i grandi vinti » (pp. 33-35) e ad accusare – talvolta non senza veemenza – insigni luminari della Chiesa e correnti autenticamente cattoliche; sulla sua (esagerata) ammirazione per il buddismo e per altre mistiche meritevolissime di censura; sulla stupefacente superficialità con cui egli parla di « hegelismo convertito » oppure di marxismo redimibile (accusando di autentica incredulità chi ritiene il marxismo intrinsecamente perverso, ossia irredemibile); sulla sua condivisione di dottrine protestantiche; sul discredito che egli getta spesso in faccia alla tradizione ecclesiastica e perfino in faccia allo stesso Magistero della chiesa, reo di non aver impedito deviazioni che hanno reso necessario il marxismo… e ci domandiamo se, per caso, l’errore di De Lubac non sia ancora più profondo e più grave di quello da noi già percepito.
E un’analoga inquietudine suscita, in noi, verso H. U. von Balthasar, la lettura di questo libretto: l’autore esalta il suo maestro come un genio prodigioso, un santo evangelico, un martire, soprattutto, perseguitato dalla Chiesa (naturalmente) con accuse assurde, con provvedimenti crudeli, con censure terroristiche alle quali l’eroico De Lubac, a differenza di altri più timidi di lui, quasi David solo contro Golia, avrebbe fatto fronte, impavido e micidiale, nella luce di Dio.
Del resto lo stesso H. U. von Balthasar non si avvede di confortare le argomentazioni che il card. Giuseppe Siri ha diretto contro la tesi basilare di De Lubac.
Eh, sì! Bisogna rileggere l’opera di H. U. von Balthasar in chiave diversa da quella fin ora da noi adoperata.





