L’ateismo oggi

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L’opuscolo che qui presentiamo, corredato da una nuova copertina, fu edito nel 1968 dalla Editrice Apes di Roma, 30 pagine complessive. In questa nuova ristampa abbiamo lasciato inalterato sia il testo che l’impaginazione originaria, lasciando che il lettore possa assaporare l’atmosfera degli anni passati, con le sue aspirazioni, i suoi timori e le sue speranze.

Di seguito sono riportati alcuni brani tratti dall’opuscolo:

La parola oggi precisa i limiti della nostra questione. Questi impediranno al nostro discorso di stemperarsi in interpretazioni storiche e favoriranno la sua concretezza. Tuttavia, poiché è difficile comprendere le cose senza far riferimento alla loro genesi, è necessario almeno accennarvi. Fuori dell’ambiente influenzato dal cristianesimo non abbiamo tipi di ateismo che siano esemplari: essi rimangono inficiati più o meno di religiosità, spesso pervertita. Del resto sono rari.

Infine appaiono più come frutto di una protesta contro religioni inaccettabili, che come libera consapevolezza di una assoluta autonomia da Dio. Sembrerebbe piuttosto che proprio la storia del cristianesimo abbia posto le premesse dell’ateismo. Prima di tutto, demitizzando la natura: dopo il cristianesimo il politeismo non trova rifugi e anche il panteismo non trova sufficiente credito. Per chi non riesce a fare il salto verso un Assoluto Trascendente, rimane solo l’ateismo. Secondariamente, centrando l’attenzione sull’uomo: dopo il cristianesimo qualunque religione che si fissi su un Dio astratto, disincarnato, del tutto metastorico, è svalutata. Per chi non riesce a centrarsi su Cristo, l’ateismo può apparire come uno sbocco inevitabile. In terzo luogo, diffondendo un altissimo concetto della divinità: dopo il medioevo si è diffusa la consapevolezza che Dio è superiore a tutti i concetti umani. Ciò colpisce a morte qualunque religione che presenti concetti impuri della divinità.

Spesso anche la cristianità rimane vittima di questo boomerang. In quarto luogo, sopravalutando la fede a danno della ragione: questo è stato il bel regalo che ci ha fatto la Riforma Protestante. Essa ha diffuso un tal concetto del peccato originale da far risultare la natura umana profondamente corrotta. L’anima dell’uomo peccatore è, secondo Lutero, un cavallo bendato cavalcato furiosamente dal diavolo. Ne è seguita la sfiducia nell’attività razionale più alta, ciò ha accresciuto la svalutazione della metafisica e ha scalzato alla base la ricerca intellettuale della causa prima.



Se il dialogo dell’intelligenza è possibile, se quello dell’azione è rischioso, il dialogo del cuore deve trovare il credente pronto, preparato, esperto. Che giova al credente ritenersi cristiano se non è partner nel dialogo dell’amore? Un cristiano dovrebbe insegnare ad amare. Tutti sono affamati d’amore, ma chi saprà dargli una motivazione che giustifichi le sue caratteristiche di totalità e di perfezione? Il comunista Garaudy ha ammesso: « La concezione dell’amore cristiano, per cui io non riconosco me stesso e non mi realizzo se non attraverso l’altro, è la più alta immagine che l’uomo possa darsi di sé e del senso della propria vita. Ecco perché il marxismo si impoverirebbe se S. Agostino, S. Giovanni della Croce o Teresa d’Avilla gli diventassero estranei ». Non solo il cristiano deve rendere familiare quest’amore al non credente, ma deve saperne mostrare la trascendenza. Egli deve ricordarsi del monito di Bergson: l’amore umano ha plagiato la mistica.

Purtroppo è accaduto che, rifiutando la mistica, il plagio è diventato una piaga purulenta. Wilde e Lorca, Gide e Pasolini furono celebri invertiti. Pavese non è riuscito a liberarsi dalla sua impotenza, Moravia dal suo erotismo. L’eroe preferito da Malraux insegna che si diventa uomini solo quando si uccide e si va con una meretrice. Sartre non trova l’amore che nella pattumiera. Anche gli atei più nobili, соme Camus e Unamuno, non mostrano una valutazione dell’amore umano pienamente equilibrata ed armonica. I maestri dell’ateismo non sono maestri d’amore. Freud ha scritto un libro per mostrare quanto sia disumano il precetto dell’amore del prossimo. L’amore casto è verifica del sacrificio, abitua al disinteresse, fa solleciti soprattutto dello spirito, rende liberi di cercare, soprattutto, il vero bene del prossimo. Ci sono due situazioni privilegiate per un tal dialogo.

La prima è il fidanzamento e il matrimonio, ma ogni rapporto d’amicizia può diventare occasione privilegiata di questo dialogo. La seconda è una situazione cui nessuno sfugge: la sofferenza e la morte. Quando l’ateo si lascia interrogare dallo scacco, irrefrenabile sorge in lui la genuina istanza religiosa. La morte domina i pensieri e i sentimenti, labili scintille; domina gli amori e le ambizioni; il sole tramonta su decine di civiltà. L’arma che può spiantare la vita dal pianeta è nella nostra fragile mano; la stessa fuga delle galassie è una folle cavalcata verso la morte; le creature intelligenti aprono gli occhi e si accorgono di svegliarsi in una cassa da morto, se è vera l’entropia. La morte cavalca la luce; il suo scheletro è riconoscibile nell’arcobaleno dello spettro astronomico; amplissima è la sua falce, quanto la stessa curvatura dello spazio. Ma se il credente riuscirà a render testimonianza che l’amore prevale, egli aprirà un orizzonte sconfinato di luce e di santità nel quale Dio è conosciuto direttamente perché è vissuto ineffabilmente.

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