La curva statistica delle vocazioni

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in “Seminari e Teologia”, Anno III, n. 6, maggio-giugno 1978, p. 63-66.

Da un « Rapporto sullo stato presente della Chiesa », dattiloscritto redatto da un circolo di studi cattolici di Roma, estraiamo questo capitolo riguardante le vocazioni. L’aspetto confortante dell’iniziativa è che, essa è esclusivamente « laicale »: un sintomo di sensibilità e di consapevolezza. Se questo interesse si estendesse sarebbe lecita una speranza: l’alleanza fra parole del Papa e azione dei laici farebbe giustizia di alcune resistentissime mafie clericali, come già successe al tempo dei Comuni, prima che prendesse campo la degenerazione del guelfismo.

È risaputo: mentre la popolazione a denominazione cattolica continua a crescere, i sacerdoti diminuiscono. Questo fenomeno di decrescenza complessiva non si verifica, però, uniformemente in tutti i continenti, anzi neppure all’interno di essi.

I sacerdoti diminuiscono in America ma crescono in Africa; diminuiscono in Europa Occidentale (e il primato in cifra assoluta è dell’Italia), ma crescono, sia pure moderatamente, in Europa Orientale (e punta massima di questa avanguardia è la Polonia).

In una ottima nota redatta da L’Osservatore Romano (1 febbraio 1978) si informa che nei territori di missione si contano complessivamente (1977) ben 92 seminari con 7784 seminaristi maggiori (dei quali 2125 « nuovi entrati »); nello stesso anno il numero dei seminari minori era di 390 con 32.413 seminaristi.

In Africa i seminari minori sono ben 239, mentre i seminaristi maggiori sono 3.970 (di cui 1.297 « nuovi entrati »).

La nota prosegue dando questi dati: « In Africa questi sono i Paesi che al 15 giugno 1977 avevano almeno 20 seminaristi maggiori (il numero dell’anno antecedente lo mettiamo tra parentesi per un confronto):

Nigeria 775 (837); Uganda 622 (403); Zaire 497 (403): Tanzania 444 (491); Kenya 239 (222); Ghana 125 (123); Rwanda 110 (110); Madagascar 99 (111); Alto Volta 81 (90); Burundi 62 (69) Rhodesia 57 (68); Sudafrica 57 (66); Zambia 57 (32); Costa d’Avorio 56 (62); Senegal 43 (38); Sudan 37 (32); Centrafrica 37 (28); Benin 33 (20); Angola 27 (32); Sierra Leone 24 (27); Congo 24 (24); Guinea 24 (20); Togo 21 (26).

La Nigeria mantiene il suo posto in testa alla classifica, ma con 51 seminaristi di meno dell’anno 1976, mentre l’Uganda ha visto un incremento di 59 seminaristi in confronto all’anno 1976.

Lo Zaire ha sorpassato la Tanzania con un aumento di 94 seminaristi mentre la Tanzania è diminuita di 47. (L’Etiopia potrebbe essere inclusa nella lista, prima del Togo, con 23 seminaristi di rito orientale menzionati sopra) ».

Lo stesso quotidiano in data 5 febbraio 1978 informava: « I seminari maggiori dello Zaire quest’anno hanno un eccezionale numero di candidati al sacerdozio. Vi sono stati infatti per il 1977-78 ben 323 iscrizioni al primo anno di filosofia. Tanto per fare un esempio, data la mancanza di posti al seminario maggiore di Mayidi, il vescovo di Boma ha deciso di aprire un nuovo seminario, dal momento che si trovava con 11 allievi che non sapeva dove sistemare. La diocesi di Mbuji-Mayi è quella che vanta il maggior numero di seminaristi maggiori (più di 50) e conta pure il più alto numero di sacerdoti incardinati (57 nel 1975). Segue l’arcidiocesi di Kananga con 40 seminaristi e poi la diocesi di Boma. Idiofa e Kabinda con all’incirca 30 seminaristi ciascuna. In totale sono 778 quest’anno gli allievi dei seminari maggiori dello Zaire, calcolando sia gli alunni dei tre anni di filosofia, che quelli dei quattro anni di teologia ».

Non che questi dati autorizzino la minima euforia, però essi sono indubbiamente un segno di salute.

Purtroppo la situazione va giudicata senz’altro patologica se guardiamo all’Italia.

Nel 1949 l’Italia contava circa 50 milioni di abitanti e contava più di 42.000 sacerdoti; nel 1974 la popolazione era salita verso i 55. milioni e i sacerdoti erano scesi sotto i 42.000.

Il calo risulta fortissimo nell’Italia centrale: mentre in Italia rapporto tra numero di preti e numero di cittadini dà (al 1974) 1 su 11.000; nell’Italia Centrale (sempre al 1974) è di 1 su 14.000.

Al crescente invecchiamento dei sacerdoti italiani corrisponde il tracollo dei seminaristi. Gli alunni dei seminari minori erano 24.975 nel 1965; nel 1974 erano appena 10.483. Gli studenti dei seminari maggiori erano 3.839 nel 1965; nel 1974 erano 1.986.

Nella stessa Roma il numero dei seminaristi non ha fatto che scendere. C’è un’altra coniugata del fenomeno: le defezioni.

Qualcuno è stato scandalizzato dalla sbalorditiva facilità con cui dal presbiterato si passa, superiori benedicenti, al laicato e al matrimonio (celebrato con tutte le solennità, anche prelatizie). Si parla, ormai, di contratto a termine, rescindibile « ad instantiam partis », con le maniere spicciative ed ipocrite che caratterizzano le cause di divorzio.

Naturalmente siamo del parere che « a nemico che fugge ponti d’oro » convengono, ma non possiamo non sospettare il pessimo effetto che questi fatti devono ottenere sulla formazione dei nuovi candidati al sacerdozio, ai quali l’ordinazione sacerdotale non può non apparire come un impegno, tutto sommato, relativo, da affrontare senza… preoccupazioni… un impegno meno « impegnativo » del matrimonio.

In altre e meno generiche parole: che la diocesi di Roma possa contare soltanto su uno sparuto gruppo di seminaristi prossimi agli ordini può essere un fatto contingente anche tollerabile, ma quali garanzie offrono queste nuove vocazioni? Le defezioni recenti (senza dir nulla – essendo un fatto ormai notorio – dell’insegnamento di morale impartito dalla cattedra del Laterano) non fanno sperare niente di buono. La prospettiva è di progresso nello sfacelo.

Migliori speranze non si hanno, complessivamente, dalle vocazioni custodite nei seminari minori. Prima di tutto perché continua la flessione dei « nuovi entrati » e poi perché c’è un grande sbandamento tra gli educatori: questi, spesso, sono incerti, contraddittori, oscillanti e così sono proprio loro a rendere squalificato il seminario, a fomentare l’avversione invece che l’attrazione per i valori dell’educazione tipicamente seminaristica, valori non più lealmente definiti ed eroicamente perseguiti.

Anche qui è bene uscire dal generico. Prendiamo l’esempio di Torino: il rettore del Seminario Minore del capoluogo piemontese non fa che registrare, anno dopo anno, la contrazione dei nuovi iscritti.

In apertura dell’anno scolastico le 397 parrocchie di Torino gli hanno affidato 7 (dicesi: sette) ragazzi di prima media. Che magnifica prova di fiducia nella capacità educativa del Seminario! Qualunque dirigente ancora lucido di mente, di fronte a simile fallimento, si sarebbe domandato se per caso la sua gestione sia davvero riuscita a costituire un punto di riferimento apprezzabile. Ma che fa il rettore Mons. Burzio? Scrive un articolo su «La Voce del Popolo » per dire che la cifra di 7 alunni è mortificante ma lui non è mortificato, non ha niente da rimproverarsi, ha tenuto fedelmente la linea « ideale »… (che, naturalmente, è fuori discussione, figuriamoci!)… le vocazioni ci sono, dice Burzio, ma non me le mandano!… è incolpa la società, la scuola di massa e il travaglio della famiglia. Davanti a tanta cecità qualcuno si è fatto avanti e ha suggerito all’insigne educatore di… andarsene! E Burzio ha convenuto, sì, che, dopo tanti anni, avrebbe potuto anche andarsene « in pace » (nella pace della sua coscienza, beninteso), ma che, invece, sarebbe restato… faro del seminario… e sapete perché? Letteralmente: « per l’amore immenso che nutro per la Chiesa Universale e la Chiesa locale ».

Dopo aver nutrito tanto immenso amore perché non gli si dà almeno una prelatura, magari « nullius »? Se no, come volete che possa mutare l’apprezzamento per questo mortificato seminario?

Non è l’unico caso: i seminari chiaramente falliti sono parecchi ma i responsabili diretti e principali del fallimento stanno lì a dirigere il naufragio, a insistere nella linea « post-conciliare », come la chiamano. E la curva delle vocazioni continua a scendere, implacabilmente.

È una situazione analoga a quella che è dato riscontrare nella scuola democristiana (intendiamo: diretta da ministri democristiani): la scuola statale risulta completamente screditata dal ’68 in poi (da quando, cioè, si è permesso l’obbrobrio contro i crocifissi e il bordello nelle aule) e oggi gli studenti dichiarano apertamente in Roma di voler distruggere la scuola. E allora che cosa fa l’alta classe dirigente? Mentre al Ministero delle scuole si fanno convegni e dispute specialistiche, in Roma le alte autorità culturali (munite di regolare onorificenza pontificia), fanno sapere alla stampa di progettare (in nome della libertà della cultura e dell’arte) la programmazione, per le scuole, di spettacoli in cui si esibiscono monache che si denudano per amoreggiare col Crocifisso. Come meravigliarsi, dunque, che la scuola, perseverando la stessa direzione culturale, va… dove deve andare?

Non sempre l’amore soprannaturale alle anime muove il nostro interessamento per loro. Ci si può occupare degli altri per abitudine, per esattezza giuridica, о burocratica, per timore di rimproveri o di critiche, per vanità di prestigio o di successo nell’opinione altrui, quando addirittura non sia — Dio non voglia — per interesse proprio.

† Giov. Batt. Montini (1961)

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